Alla ricerca dell’amore perduto

Diciamocelo chiaramente: l’attuale momento buio del calcio italiano è in fondo strettamente collegato a problematiche di natura finanziaria.

Un vecchio detto fiorentino banalmente dice “senza lilleri non si lallera” (Senza i soldi non si fa niente). Mancano i soldi a tutti i livelli del nostro mondo del pallone.

Dalla vetrina del nostro calcio, la serie A, che in sede di calcio mercato si fa soffiare i cosiddetti top player dalle squadre estere, alla Lega Pro che ogni anno fa fatica a fare i calendari cause fallimenti. Questi sono soltanto due esempi di effetti della triste situazione attuale.

Mentre il mondo del pallone si è evoluto, il calcio italiano è rimasto al palo.

E’ sempre più difficile trovare un imprenditore interessato direttamente a questo business che non c’è.

Negli ultimi anni l’interesse nell’acquisire società di calcio è nato o per una promozione personale di immagine, ma sono in pochi a poterlo fare, oppure se c’era la possibilità di lucrare in altre attività non legate direttamente al mondo calcio.

Quest’ultima è la logica per cui negli anni ’80 piccole squadre di provincia, su sollecitazioni dell’influente politico locale, erano acquistate da imprenditori edili distanti centinaia di chilometri e permanevano per un decennio nel gotha del calcio. Ovviamente oltre al pallone portavano il cemento o altri loro interessi.

Un circuito virtuoso o vizioso? Di certo all’epoca la strategia funzionava: il tifoso era contento ed innamorato della propria squadra, l’imprenditore faceva affari (con il cemento non con il pallone, ma grazie al pallone) e il politico avanzava di “grado”.

I tempi sono cambiati e così il tifoso non è contento, l’imprenditore non fa affari e il politico cerca “consensi” in tribuna vip davanti alle tv e a volte vuol fare l’allenatore.

I vecchi meccanismi non funzionano più. Non si può fare calcio per ottenere benefici extra pallone. Il calcio non è più un mezzo ma un business fine a se stesso e chi è in grado di farlo come tale va avanti, chi non scompare.

Anche chi ha scelto di investire in questo settore in maniera “seria” deve farlo con un’ampia veduta di orizzonti considerando una serie di fattori fino ad oggi ignorati.

Il rubinetto della pay tv non può essere l’unica linfa vitale di una società di calcio perché se è vero che contribuisce ad incrementare i ricavi è altrettanto vero che sottrae tifosi allo stadio e, quindi, clienti al nostro potenziale business.

Le società di calcio italiane purtroppo campano di pay tv con incidenze di quasi il 60 percento sul totale ricavi a differenza di altri campionati europei, dove al massimo si attestano al 30-40 percento. Poi si lamentano che la media occupazione degli impianti è pari o al di sotto del 50 percento e addirittura arrivano a disegnare gli spettatori sulle curve.
Lamentarci e prendercela con il sistema legislativo è semplice ed è un po’ un’insana abitudine tricolore.

E allora la colpa non è del modo di gestire e della mancanza di idee innovative ma dell’assenza di stadi di proprietà!

Sicuramente avere uno stadio di proprietà con tecnologie all’avanguardia aiuta ad implementare tutta una serie di iniziative che definiamo più ampiamente di marketing ma certamente non è la sola strada da percorrere.

Più che colpa direi che è un alibi che nasconde le incapacità gestionali.

Ad una coppia di innamorati, infatti, basta una capanna per essere felici, non una suite di un albergo a cinque stelle. Ed è proprio il fattore amore tra tifoso e squadra di calcio che è venuto a mancare a causa di un miriade di atteggiamenti sbagliati di questa nuova versione del mondo del calcio.

Il mondo del calcio dovrebbe scendere dal piedistallo ed atterrare in mezzo alla gente. Deve nascere un dialogo con la gente e non solo con i tifosi con l’intento di offrire non più una semplice partita di calcio ma una vera e propria experience.

Il calciatore per secondo mestiere fa il VIP. Ha l’addetto stampa e il procuratore che lo isolano dal mondo dei comuni mortali. La quantità di gocce di sudore sulla maglia sono proporzionate al compenso. Preferisce ingaggi stratosferici invece del calore di una tifoseria. Un vero e proprio mestierante che lo distacca da quelli che invece sono le caratteristiche del tifoso: passione e amore.

Quindi, in attesa della suite, le società di calcio dovrebbero cominciare a lavorare sulle attuali capanne rendendole maggiormente accoglienti attraverso una serie di iniziative tese a migliorare il rapporto con il tifoso-cliente.

Dalla pay-tv le società di calcio dovrebbero rubare il modo di pensare e di fare strategia. La paytv, infatti, non fa altro che far leva su una politica commerciale strutturata e sulla cosiddetta experience: da un lato, infatti, pianificano ed adottano offerte commerciali avvincenti e dall’altra condiscono la partita di iniziative volte a rendere lo spettacolo affascinante come ad esempio entrare negli spogliatoi con le telecamere e far vivere in diretta l’atmosfera pre-partita dei giocatori.

Vendiamo l’ingresso alla stadio con maggior fantasia. Vendiamolo come un pacchetto regalo approfittando magari di festività e ricorrenze particolari. Vendiamolo alle aziende, alle famiglie o ad altri gruppi di persone. Non vendiamolo solo al botteghino.

Offriamo esperienze. Facciamo vivere il pre-partita con iniziative aggreganti. Apriamo i nostri stadi alle coppie di sposi che vogliono immortalare il loro giorno d’amore. Sfruttiamo con aziende partner gli ingenti flussi di persone durante le partite. Facciamo un po’ di sano marketing relazionale mandando i calciatori in mezzo alla gente. Ecc ecc.

Se in Italia riuscissimo a cambiare mentalità e a far sbocciare questo amore tra la gente e la squadra, con un pizzico di fantasia all’italiana, non c’è spagnolo o inglese in grado di tenerci testa.

E magari si incomincia a fare ricavi non di sola pay-tv e si torna ad essere campioni!




Articolo scritto da: Carmine Preziosi
Pubblicato il: 26 ottobre 2011
Categoria: Calcio News

1 Commento

  • Duilio Preziosi ha detto:

    Condivido pienamente l’analisi di Carmine che con semplicità ed incisività ha fotografato la realtà del calcio italiano.Coma nella politica anche nel mondo del calcio occorre rinnovarsi ed adeguarsi ai tempi moderni.

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