Adios Ibra, l’Inter Vola a Madrid

Lo scorso luglio, non appena siglato il trasferimento di Zlatan Ibrahimovic al Barcellona, molti addetti ai lavori (o presunti tali) si precipitarono incautamente a dire che l’Inter, perdendo il suo giocatore più bravo ed influente, difficilmente avrebbe potuto ripetere le entusiasmanti stagioni precedenti: tra l’altro, la Juventus dello “Zico del 2000” Diego Ribas da Cunha e degli altri reclamizzati volti nuovi, a incessante detta dei sopracitati addetti ai lavori e non solo, pareva definitivamente aver azzerato il rilevante gap che, dopo “Moggiopoli”, l’aveva costantemente fatta navigare lontana dai nerazzurri sempre campioni d’Italia.

Zlatan Ibrahimovic, Barcellona

Zlatan Ibrahimovic

Un baratro che si teorizzava fosse stato scavato principalmente grazie alle smisurate capacità di Ibrahimovic, spettacolare attaccante svedese abilmente comprato da Massimo Moratti nell’ormai storica e risanante estate 2006, ma che quest’anno ha dovuto registrare una clamorosa smentita a riguardo. Seppur privata dell’innegabile talento della punta di Malmoe, ignobilmente spinto a cambiare maglia innanzitutto dalle brame del vorace procuratore Mino Raiola, il club di Corso Vittorio Emanuele, ad oggi straordinariamente già approdato anche alla finale della coppa nazionale ed in piena lotta per aggiudicarsi il quinto tricolore consecutivo, non solo ha centrato un’agognatissima finale di coppa Campioni assente dal 1972 – la quinta della propria storia, la seconda nell’ardita e dirompente carriera di mister Josè Mourinho – superando in semifinale i favoriti blaugrana detentori del trofeo, ma, in particolar modo rispetto alla prima Inter dello “Special One” che per risolvere le gare sembrava superficialmente avvalersi soltanto delle magie del fuoriclasse cresciuto nel ghetto di Rosengard, lo ha fatto aumentando notevolmente la cifra di partite giocate in maniera brillante.

Tra i tantissimi calciatori per i quali è stato speso denaro per acquistarne il cartellino, Ibra è probabilmente il miglior affare del quindicennale governo di Moratti junior: arrivato ad Appiano Gentile non ancora venticinquenne per 24,8 milioni di euro (nonostante in quei giorni si desse per scontato il suo passaggio dalla retrocessa Juve al penalizzato Milan) e rivenduto per 50 milioni cash più un centravanti di pari età e livello come Samuel Eto’o, nella compagine meneghina Ibrahimovic ha disputato tre bellissime stagioni ed è risultato determinante per la conquista di altrettanti meravigliosi campionati (e di due Supercoppe italiane).

Si è inoltre progressivamente perfezionato soprattutto sotto l’aspetto realizzativo, ha infiammato e riempito i cuori della gente nerazzurra con gol e gesti tecnici di rara genialità, non si è in alcun caso sottratto alle polemiche ma, anzi, le ha spesso rinfocolate con la sua blindata fermezza nordica unita a quell’accattivante impulsività nata da una combinazione forte: padre bosniaco e musulmano, madre croata e cattolica. Storia di una sensazionale e potente multietnicità.

L’uomo che in 117 match con la casacca che fu di Meazza e Ronaldo ha firmato 66 reti – in aggiunta a svariati e mai banali assist – si è quindi appropriato per un triennio dello scettro d’incondizionato leader, a volte capriccioso, spaccone e sfrontato oltre i limiti, ma sempre decisivo e con in testa una sola idea: la vittoria.

Non fosse così, ad esempio, l’Inter avrebbe quasi certamente uno scudetto in meno: quello agguantato, al termine di una settimana ad alta tensione in cui parecchi s’eran dilettati a parlare e scrivere a vanvera, sotto l’ininterrotto diluvio di Parma del trepidante pomeriggio di domenica 18 maggio 2008, un pomeriggio assolutamente indimenticabile per i sostenitori della Beneamata. Come indimenticabile, per i medesimi supporter di Zanetti e soci, lo era magari stata la serata precedente a quell’ultima giornata di un torneo che, a novanta ansiosi minuti dalla fine, vedeva la capolista di mister Mancini distanziare la Roma di un unico, poco rassicurante punto: apparentemente intenti a trascorrere lieti momenti in compagnia della fidanzata o degli amici, al cospetto di una leggera pioggia primaverile che nessuno immaginava potesse tramutarsi nell’acquazzone scatenatosi di lì a qualche ora, ma con il senno giocoforza rapito da ciò che si sarebbe consumato il giorno dopo sul prato del Tardini. Luogo in cui Ibra, coraggiosamente entrato al sesto della ripresa nonostante non disputasse una gara da circa due mesi a causa di un infido infortunio non ancora del tutto smaltito, scacciò con una portentosa doppietta le paure e gli affanni dei seguaci del Biscione, consegnò loro lo scudetto numero sedici e li condusse strafelici a San Siro, dove l’arrivo della squadra rincasata dalla città emiliana diede inizio ad una memorabile festa di popolo sui gremiti spalti prima e sull’invaso terreno di gioco poi. E dove, non solo in senso meteorologico, era nel frattempo tornato il sereno.

Semifinali Champions League 2010Non a caso, mercoledì a salutare l’approdo in finale di Champions League dei ragazzi di Mourinho c’era una splendida notte stellata, che illuminava il viso gioioso, stravolto ed estasiato dei tifosi che avevano appena visto terminare l’epica sfida del Camp Nou, adesso anche ufficialmente consapevoli di una cosa: pur mantenendo la prodigiosa solidità difensiva e l’indole d’acciaio che sovente l’ha portata ad esaltarsi nelle difficoltà, l’Inter attuale ha mutato pelle rispetto a quella della passata stagione, che con troppa facilità abusava del lancio lungo per le enormi doti fisico-tecniche dell’accentratore di gioco Ibrahimovic. Dall’agosto 2009, nel cervello del carismatico allenatore di Setubal, la manovra corale ed il fraseggio corto sono diventati un imperativo pressoché categorico: come il non avere rimpianti per la cessione di Zlatan, di cui oggi, a maggior ragione dopo aver eroicamente negato al suo Barça la tanto pubblicizzata “remuntada” ed il conseguente ingresso al Bernabeu il prossimo 22 maggio 2010, i sostenitori nerazzurri non hanno più nostalgia.

I quali, già mentalmente proiettati al magnifico atto conclusivo di Madrid, lo hanno congedato con un iberico e definitivo << adiòs >>.




Articolo scritto da: Pierluigi Avanzi
Pubblicato il: 29 aprile 2010
Categoria: Champions League
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