Capitani Coraggiosi

In piena era post “legge Bosmann”, i riferimenti a giocatori fedeli ad una sola maglia, le cosiddette “bandiere”, sono sempre più rari.

Tra i tanti trasferimenti da una città all’altra di molti protagonisti dei campi di gioco, tuttavia,  vanno sottolineate le storie di tre uomini, di tre rappresentanti delle squadre più blasonate (e titolate) del “Bel Paese”, tre interpreti dello sport più bello del mondo ai quali ogni tifoso o semplice appassionato di calcio (indipendentemente dalla propria fede calcistica) tributa meritatissimi rispetto e ammirazione.

Si tratta di grandi uomini, immensi campioni che, a differenza di molti loro colleghi, sono  modelli di riferimento non solo sul “rettangolo verde” ma anche nella vita, impegnati nel sociale (in quanto consapevoli della grande fortuna che la vita ha voluto riservare loro) e portatori di valori importanti quali quello della famiglia.

Il primo nome che mi viene in mente in tal senso è quello di Alessandro Del Piero, fantasista, numero dieci dalla classe cristallina, nonché capitano della “Vecchia Signora”, la Juventus.

Nato il 24 novembre del 1974, il trevigiano Del Piero ha legato indissolubilmente il proprio destino alla compagine bianconera, accompagnandone l’ascesa verso i grandi successi del decennio 1995-2005, e seguendola, da campione del mondo, nel baratro della “B”, pagando di tasca propria gli errori di altri.

Costantemente al di sopra delle innumerevoli critiche rivoltegli dalla stampa, “Pinturicchio” ha saputo risollevarsi dopo il gravissimo infortunio di Udine del 1998 e tornare a livelli altissimi, pur senza più raggiungere la versione di sé stesso che nel biennio 1996-1998, si era vista soffiare il pallone d’oro, prima
dalla consacrazione di Ronaldo a nuovo fenomeno del calcio mondiale (1997) e quindi dall’exploit di Zinedine Zidane ai mondiali transalpini del 1998.

Come non fare riferimento, poi a Paolo Maldini? Probabilmente il miglior terzino sinistro di sempre, il capitano del Milan, classe ’68, ha fatto il suo esordio in prima squadra ad Udine nel 1986 per mano di Niels Liedholm, per raggiungere, nella gara contro il Parma di sabato, la millesima presenza da professionista. La sua è una carriera gloriosa, ricolma di vittorie in Italia, in Europa e nel mondo, durante la quale il difensore è stato guidato da veri e propri guru della panchina quali Sacchi, Capello e Ancelotti. A testimonianza del valore dell’uomo, oltre che del giocatore, va detto che Maldini è ambasciatore Unicef, la nota organizzazione che opera per conto delle Nazioni Unite, a tutela dei diritti del fanciullo.

Infine Javier Zanetti, vero e proprio “jolly” dell’Inter, nonché uno dei primi acquisti dell’era Moratti, proprietario della fascia di capitano dal 1999, anno del ritiro dall’attività agonistica di Beppe Bergomi.

Giunto a Milano a fari spenti, stagione dopo stagione, Javier si è conquistato la fiducia e la stima di ognuno dei tanti allenatori che lo hanno schierato durante il lungo periodo di insuccessi dei nerazzurri, fino alla conquista del tanto atteso scudetto vinto sul campo al termine della stagione 2006/2007, dopo che “El Tractor” aveva rifiutato le allettanti offerte di Real Madrid e Barcellona.

Va inoltre ricordato che Zanetti è recordman in fatto di presenze con la maglia della nazionale argentina e che è fondatore dell’associazione benefica PUPI, che si batte contro la povertà infantile.

L’educazione, la dedizione, l’affetto (corrisposto) nei confronti della squadra in cui militano e dei propri tifosi, rendono questi uomini veri e propri emblemi a rappresentanza, non solo delle rispettive società di appartenenza, ma anche di un mondo, quello del calcio, in cui troppo spesso accadono fatti che con tali valori hanno ben poco a che vedere.

Vivrete nella storia, capitani coraggiosi.




Articolo scritto da: Andrea Dal Negro
Pubblicato il: 19 febbraio 2008
Categoria: Calcio News
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